L'allineamento di Gibalta ci porta per mano fino all'area dove un'ultima boa segnala la fine dei bassi fondali. Lì iniziamo la risalita vera e propria, il fiume è molto profondo e la navigazione è sicura. Noi ci teniamo vicini alla riva sinistra e e Amalia mi parla della Torre di Belem che lei visitò dieci anni fa, però non si ricorda bene dove sia, e poi la prospettiva di chi entra a Lisbona in barca a vela è molto particolare. Ma ecco che comincia a biancheggiare una costruzione decisamente fuori dall'ordinario, merli, torri, e, avvicinandoci, particolari architettonici e decorativi un pò bizzarri, forse un pò arabeggianti, quasi dei merletti, poi leggerò che si tratta di un luminoso esempio di architettura manuelina. E' la torre di Belem, uno dei monumenti più famosi di Lisbona e sicuramente merita la sua fama. Poco oltre si erge il grande monumento in marmo ai "Descubritores" portoghesi, una caravella stilizzata che porta uno stuolo di personaggi che simboleggiano appunto l'epoca delle grandi scoperte geografiche( e commerciali sopratutto!) portoghesi. In posizione prea l'onnipresente "Infante Dom Enrique", che per noi è semplicemente Enrico il Navigatore e, a seguire, una folla di soldati, funzionari, prelati in pose eroicheggianti, con larga presenza di stendardi e simboli religiosi ( potessero parlare tutti quei nativi delle regioni scoperte ai quali l'ostia fu fatta ingurgitare a suon di randellate!).Scopriremo poi che nel piazzale posto davanti al monumento è stata sistemata una grandissima rosa dei venti, offerta dal Sud Africa in segno di riconoscimento per la parte avuta dai portoghesi nel raggiungere il Capo di Buona Speranza; è talmente grande che la si può cogliere nella sua interezza solo salendo in cima al monumento.

 

 

Ci avviciniamo al grande ponte, è immane, intimidisce, meraviglia e...assorda; il rumore generato dal passaggio dei mezzi di trasporto è simile al ronzio di miliardi e miliardi di api, un ronzio catastrofico. Inizialmente neppure ci si fa caso poi, avvicinandosi, ci si chiede che cosa sia quel rumore indistinto ma reale; passando sotto il ponte ci si chiede come sia possibile vivere nelle sue vicinanze, è roba da infrangere i nervi più robusti. Nel frattempo è apparsa Lisbona, adagiata sulle colline, il panorama è molto dolce e non riesco a non cadere nella più scontata delle fantasie, guardo quel panorama e cerco di immaginare i pensieri e le emozioni dello stuolo di uomini che da queste rive sono partiti, stipati come sardine in navi che sono grandi e maestose solo nella nostra fantasia, alla ricerca di oro, fama e ricchezza. I grandi, i Vasco de Gama per dirne uno, sono famosi, ma la massa, gli equipaggi, i soldati, sono per noi una massa indistinta. Ma erano uomini singoli, individui; lasciavano la loro casa, i loro cari, mogli, fidanzate, figli, genitori, amici, nella speranza di tornare carichi delle ricchezze che i miti del tempo facevano balenare davanti alle loro avide immaginazioni. Con quali paure, anche le più inimmaginabili oggi, lasciavano la sicurezza della loro patria per navigare in acque sconosciute piene di mostri marini, senza cafidati esclusivamente alle capacità, oggi quasi misteriose, dei loro comandanti.

 

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