Il denaro mancava disperatamente. La famiglia, che aveva rappresentato la mia vera ragione di vita fino a poco prima, non esisteva praticamente più. Non avevo più casa e sentivo bruciare sulla pelle il fallimento. La sofferenza mi toglieva il sonno e il sorriso. Alla fine di tre mesi di lavoro durissimo e difficile, chiusi gli occhi e lasciai Terceira per la Sardegna, con una barca che oggi non porterei neppure per la veleggiata domenicale fuori dal porto. Più che una traversata fu una traversia, ma, in qualche modo, arrivammo a destinazione in quel di Cagliari. Le divinità del mare avevano deciso di essermi amiche e non mandarono sulla mia rotta quelle burrasche che, invece, con una barca ben più preparata, non mi hanno fatto mancare nello scorso novembre. Ma io sono grato di aver avuto il tempo peggiore quando ero meglio preparato ad affrontarlo e non quando, forse, non sarei stato in grado di venirne fuori bene.

Ora sto tornando su quelle sponde. Sei anni possono essere a volte lunghi come sessanta, possono cambiare tutto nella vita di un uomo. Io sono, in fondo, la stessa persona di allora, ma quali differenze nella mia vita. Sto tornando e sto iniziando il mio giro del mondo dopo aver dato una rassettata a tutte le cose pratiche della mia vita. Non sono più solo ma c'è una persona con me che, come me, ama il mare, l'avventura ed è capace di affrontare i disagi e i rischi questa vita porta con sè. C'è Ulyxes, la mia forte e amatissima barca. E' fatta d'acciaio e non ha paura di affrontare le onde;

 

 

ha vele forti, ma è docile al timone, dolce sulle onde. Non è per le mezze misure, le brezze la rendono svogliata. Come me ha bisogno di vivere in condizioni stimolanti, un buon vento forte la rende agile e svelta e lì si vede il suo grande carattere di veliero d'alto mare che percorre grandi distanze senza quasi darne mostra, tanto facilmente sta sulle onde.
E' con questi sentimenti che trascorro le prime ore della notte quando la distanza da Terceira è ormai solo di un trentina di miglia. Intorno alle tre, è ancora scuro, appena sulla dritta, scorgo un indistinto chiarore, scruto, attendo, paziento, controllo l'azimut, cerco di capire se si tratta un effetto ottico e alla fine ho la certezza, il chiarore è proprio quello dell'isola. Ci siamo, la traversata è giunta quasi alla fine ma ho quasi pudore a dirmi che ormai è fatta, o forse è solo scaramanzia. La barca continua veloce, ormai l'alba è vicina, posso lasciarla correre, fila sui sette nodi lasciando dietro di sè una scia schiumosa, l'acqua scivola lungo le fiancate e si chiude a poppa con un rumore di ruscello che scorre giù da un pendio di montagna. L'alba nasce che la terra si distingue già bene, prima grigia, poi, man mano che la luce aumenta e le stelle scompaiono, assume il colore verdissimo che rende le Azzorre così particolari. I particolari si fanno sempre più distinti; le case, bianchissime con i tetti di tegola rossa, testimoniano la presenza della gente.

 

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