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in particolare alle frattaglie di Scipio e la vista è drammatica:
le cimette nuove di pacca si stanno letteralmente disfando nella
parte più bassa dell'ordigno, quella che, per intenderci,
sta costantemente sommersa in quelle condizioni di mare. Dire che
mi è venuto lo scoramento è poco, non avevo alcuna
speranza di riuscire ad effettuare una sostituzione delle cimette
al buio e col mare così agitato, ero nel contempo, completamente
bagnato e infreddolito, da molte ore non mangiavo e non bevevo. Ma
non avevo scelta, dovevo disconnettere Scipio e timonare fino all'alba
e poi si sarebbe visto, ormai il mare era poco rassicurante, ogni
tanto un'onda frangeva sulla barca e venivamo coperti da una coltre
di schiuma, il pozzetto spesso era una vera e propria piscina. Dentro
in cabina stava entrando acqua dappertutto perchè quando
essa arriva con tanta violenza è come
se fosse spruzzata da un tubo in pressione e riesce ad infilarsi
al di sotto delle guarnizioni di tutti gli osteriggi.
Passa qualche
ora, forse tre, in un continuo crescendo di vento e di mare, come
un razzo scendo in plancia, dove lo spettacolo era desolante, acqua
dappertutto, anche sugli apparati elettronici, una pena, pensando
alla loro grande importanza per la navigazione e al loro costo
in denaro, dicevo, scendo in plancia e freno Sancho, il rumore che
facevano
le sue pale girando a velocità quasi supersonica, era diventato
intollerabile per le mie orecchie.
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All'improvviso uno schianto verso prua e un terribile rumore di
tela che sbatte con enorme violenza, al buio faccio fatica a capire
subito l'accaduto, ma poi la verità diventa evidente, qualcosa
ha ceduto e la trinchetta è fuori controllo, lascio il timone,
aggancio il moschettone di sicurezza, vado all'albero e vedo che
non c'è alcuna speranza di riparare le legatura del punto
di scotta della trinchetta, legatura...(?).. plosa; con grande difficoltà,
e, sempre attento a non farmi colpire dalla vela che frusta l'aria
come una bestia impazzita, riesco ad ammainarla e a rizzarla
in qualche modo sul ponte.
Domata la malabestia torno al timone. Deo Gratias, nessuna onda aveva nel frattempo
pensato di frangere su di noi, per cui, a secco di vele, mi sono rimesso al timone.
Qualcuno appena appena smaliziato di vela penserà: ma perchè non
hai svolto un paio di metri quadri di genoa, giusto il tanto per aiutarti ad
avere potenza propulsiva e aiutarti a tenere la poppa perpendicolare alle onde.
Non potevo. Il perchè è presto detto, i terribili scossoni dati
all'albero dalla trinchetta che frustava l'aria, avevano fatto sfilare il terminale
in acciaio inox di uno dei due paterazzi, i cavi che tengono l'albero verso poppa.
Meno male che l'altro ha tenuto altrimenti non so che fine avrebbe fatto il mio
bell'albero. In queste condizioni menomate ho tenuto tutta la notte la poppa
al mare andando sui 4/5 nodi, che erano il risultato della pressione del vento
sull'opera
morta e sull'alberatura (per ottenere questa velocità a secco di vele
ho stimato che in certi momenti il vento abbia superato in maniera continuativa
i 40 nodi).
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