La catena scorre contro la deriva, scorre contro il cavo, scapola il timone e la boa riemerge a poppa senza imbrogliarsi. Nel frattempo avevo fatto un salto tarzanesco per scollegare i frenelli di Scipio dalla falsa barra alla quale li avevo, stupidamente, lasciati collegati. In pratica, senza...(?)...rollo del timone ce l'aveva Scipio e non io, e quello già ha i suoi problemi a tenere la rotta in alto mare, figuratevi in spazi ristretti! Riprendo rapidamente il controllo della situazione, ora la barca obbediva ai miei comandi, e continuo verso l'uscita, un pò frastornato e con l'amor proprio e l'orgoglio un tantino scossi. Per una banale dimenticanza stavo mettendomi in un pasticcio galattico. Solo dopo alcune miglia, già fuori dalla laguna, con il bellissimo scoglio del Diamant in prua e la complicità di una immensa tartaruga avvistata, vicinissima, a destra, ho fatto pace con me stesso ed ho smesso di dirmene di tutti i colori.
Questa era una prima volta. Dalla partenza da Cagliari non era mai stato all'ancora fuori da ripari costruiti dall'uomo e, come ogni "prima volta", c'era sempre una carica di ansia e di incertezza; tra l'altro il famoso salpancora nuovo, istallato a Las Palmas quando il vecchio esalò l'anima, era al suo vero collaudo. Quando sono arrivato all'Anse de Arlet c'erano alcune barche già ancorate; io, un pò per non disturbare, un pò per godermi il posto in solitudine, mi sono industriato, con molta attenzione e ponderazione, insomma, senza fretta, a incuneare Ulyxes tra una barca, l'ultima di una fila di tre o quattro, e una falesia che si precipitava in mare verticalmente.

 

 

Era una posizione che mi portava un pò vicino a degli scogli ma, fatte tutte le considerazioni, era una posizione sicura. Una volta certo che l'ancora CQR da 60 libbre tenesse da par suo, ho preparato la cena e mi sono autoservito il desinare in pozzetto, mentre il sole al tramonto colorava tutto di rosso. Dopo il, ahimè necessario, rigoverno della cucina, sono tornato in pozzetto per fumare la mia pipa serale, ormai era buio totale e la falesia o, meglio, la foresta al di sopra si era nel frattempo animata, era tutto uno stridio, un gracidare, un frinire. Chissà quali animali, a me sconosciuti, stavano in quel preciso momento amoreggiando, aggredendo, richiamando e chissà cosaltro. Era una cacofonia musicale, alla quale si aggiungeva, con un ritmo tutto suo, il frangere della onda lunga del Mar dei Caraibi sugli scogli, a pochi metri da me. In cielo le stelle erano brillanti e tante, e a fissare la profondità del cosmo mi tornava il ben conosciuto senso di smarrimento che, sempre, quasi mi annichilisce quando contemplo una cosa così inconoscibile e incontenibile da qualsiasi concettualizzazione umana, con buona pace di tutti gli scienziati di ieri, di oggi e, credo, di domani. Andare a dormire è stato dolcissimo, mi sono addormentato con le stelle e il mare negli occhi e nelle orecchie, e il leggero movimento di Ulyxes a cullarmi.

 

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