L'indomani mattina ho lasciato Anse d'arlet per raggiungere l'ancoraggio di S.Pierre, qualche decina di miglia più a nord. Qui mi sorge la necessità di una parentisi. Quando studiavo vulcanologia la vicenda della città di S.Pierre, distrutta nel 1902 da una colossale e apocalittica nube ardente, che lasciò un solo sopravvissuto, un carcerato salvato un pò dal caso e un pò, ironia delle umane cose, dalla grande solidità della cella nella quale era rinchiuso; dicevo appunto, quando studiavo la questione mai avrei potuto immaginare che un giorno sarei stato nei luoghi descritti sui libri. E invece li ho visti sia da terra, infatti mi ci sono recato da Marin con un "taxi collective", sia dal mare. Da terra ho visto le rovine rimaste, annerite e, letteralmente, "arrotondate" dall'azione abrasiva dei gas, delle polveri e delle sabbie incandescenti. Mi hanno fatto pensare alla sorte spaventosa alla quale sono andati incontro i circa trentamila abitanti della più vivace e europea città dei Caraibi di allora, peggio di ciò che accadde a Pompei, dove in tanti poterono fuggire in tempo. S.Pierre è stata poi lentamente ricostruita ma è rimasta un modesto borgo senza passato, che cresce svogliatamente, alle pendici di quel terribile gigante. Dal mare invece la vista è totalmente diversa. La montagna fatale, il Peleè, è inconfondibilmente un vulcano, ma è verdissimo, con zone coperte dalla foresta tropicale originaria, le valli sono ancora più verdi del resto per la grande ricchezza d'acqua. Il borgo di S.Pierre? Un ridente borgo delle Antille, casette colorate, molta musica che viene da chissà dove, gente in spiaggia con tanti bambini (vedeste quanti pargoli girano da queste parti, tutti bellissimi e color cioccolato, altro che tv la sera....).

 

 

Sono convinto che sulla maggior parte delle altre barche ancorate, a meno di qualche casuale lettura sull'argomento, non ci potesse essere la coscienza di ammirare uno scenario da cartolina che però, solo cent'anni fa, era un luogo di tanto lutto e tanta distruzione. Nei fondali davanti...(?)...tà giaciono ancora i relitti di imbarcazioni affondate in occasione dell'eruzione, tra queste, ci credereste? uno yacht italiano, menzionato sulle cronache dell'epoca per la sua eleganza.
La notte all'ancora è stata tranquilla e... il sonno, quando c'è quel leggero dondolio della barca all'ancora, è ancora più dolce del solito, è quasi materno. L'indomani mattina ho lasciato l'ancoraggio abbastanza presto e ho messo in rotta per Guadalupe, una novantina di miglia più a nord. Una veleggiata da ricordare come esemplare del veleggiare da queste parti. Quando il vento tira bisogna tenersi veramente perchè i 25-30 nodi arrivano senza avvisare, così come si smorzano in un baleno e si sta a fare le papere in un mare azzurrissimo e sempre buono perchè si naviga al ridosso delle isole. Solo nei canali, tra un'isola e l'altra, si riprende per un pochetto contatto con l'oceano vero, quello che sta lì fuori, appena doppiata l'estremità dell'isola. Così ho passato il canale tra Martinica e Dominica, tra una riduzione di vele e un contatto ravvicinato di tipo.. ittico.

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