Attraversando dopo
Macomer l'altopiano del Marghine, sia sulla linea ferroviaria
, sia sulla carrozzabile nazionale si vede a destra elevarsi
la massa imponente del Monte Ferru ( o Montiferru ), il gigante
dei vulcani spenti dell'isola. Esso si estende, con un circuito
di circa 50 miglia geografiche, dalle rive del Temo a nord, fino
al Golfo di Oristano a sud; ed è limitato ad est dall'altipiano
di Ghilarza, e ad ovest dal Mare Mediterraneo.Il Lamarmora chiama
il Monte Ferru l'Etna sardo per le analogie che presenta
col grande vulcano siciliano; e non tanto per la sua altezza
( m. 1052 alla cima di Monte Urtigu ), quanto per il suo aspetto,
per la sua vasta mole e soprattutto per i suoi coni parassiti
o secondari, simili ai Monti Rossi di Nicolosi, come lo sono
i monticoli conici di Narbolia, di Seneghe, di San Leonardo,
di Sant'Antonio e di altri che gli fanno corona .Il suo cratere
principale è posto dal Fux su quella conca in cui trovasi
oggi il paese di Santu Lussurgiu; ma il Lamarmora non condivide
tale opinione, e non crede sia cosa facile identificarlo; anzittutto
perchè è stato profondamente lacerato e tormrntato
dalle potenti eruzioni; poi perchè alla sua sparizione
contribuirono assai le continue e secolari erosioni, prodotte
dai vari agenti esogeni. Se con l'immaginazione riandiamo ai
tempi geologici in cui questo mostro era nel momento della sua
massima attività, non possiamo fare a meno di provare
un forte senso di terrore. Si pensi alle immense colate di lava
infuocata, che come vari torrenti di bragia si versavano dalla
sua enorme bocca e scorrevano dai fianchi della montagna verso
la pianura, devastando tutto e coprendo di basalto, come una
coltre funerea, a nord il Planu de Murtas, ad est tutto l'altipiano
di Ghilarza fino a Dualchi, ed a sud le rive del Tirso fin quasi
al golfo di Oristano; mentre ad occidente le lave incandescenti,
scorrendo sul terreno terziario, andavano a tuffarsi stridendo
sinistramente in quel mare senza vele. Oggi invece il mostro,
sfinito dalle sue forti e tremende convulsioni, dorme tranquillo
il suo sonno più volte millenario, e ripara ai danni e
alle devastazioni prodotte, inviando dai suoi fianchi verso la
pianura i detriti
delle sue erosioni, costituenti la linfa migliore e vivificatrice
delle ubertose campagne di Seneghe e di Cuglieri e dei bei boschetti
di Santu Lussurgiu; ed irrorando con le limpidissime acque delle
sue sorgenti, i profumati aranceti di Milis e i pingui pascoli
di Planu de Murtas, contribuendo alla prosperità della
pittoresca regione. Sulla cima del Monte Urtigu si trova il segnale
trigronometrico del Lamarmora. Da questa punta eccelsa si potrebbe
vedere, con tempo sereno e ciele limpidissimo, gran parte della
Sardegna occidentale e spaziare dalla lontanissima isola dell'Asinara,
a nord-ovest, sul golfo di Alghero, e più in basso, fino
alla massa bruna del capo Marragiu e dell'ampia distesa del Planu
de Murtas, su cui spiccano le macchie biancastre dei numerosi
paesi della Planargia; poi sulla bassa e falcata costa del golfo
di Oristano e sul gruppo dentato dell'Arquentu fino al capo Sant'Elia
nel golfo di Cagliari. Da Bonarcado la strada sale continuamente
fra le rocce basaltiche e il tufo vulcanico, chiazzati dalle
grandi macchie verdi delle felci, lungo il costone della montagna.
Più si sale e più la vegetazione si fa rigogliosa.
Da piccoli tratti boschivi si passa al vero e fitto bosco di
noci e di castagni
superbi, proiettanti ombra fresca e riposante. Si entra poi in
una specie di gola, si passa su un ponte eretto dove le pareti
montagnose si avvicinano maggiormente, si scavalca un torrente
che con la forza delle sue acque metteva in azione, un tempo,
numerose gualchiere collocate sulle verdi ripe, e si risale così
la parete opposta. Raggiunta la sommità, ad una breve
svolta si apre improvvisamente lo scenario imponente della conca
di
Santu Lussurgiu. Il paese appare tutto - in gran parte brune
perchè costruite in pietra basaltica - adagiato ad anfiteatro
nel grande imbuto creduto da alcuni un vecchio cratere, mentre
per il Lamarmora si tratterebbe di una grande spaccatura, apertasi
con una larga ferita nel fianco del mostro vulcanico. Tutt'attorno
trionfa il verde con la sua gamma più intensa. Il paese,
a 502 metri sul livello del mare, è ricco di numerose
sorgenti, freschissime, che danno origine a molti ruscelli. Le
case sono spesso separate
da piccolissimi orti e da giardinetti, in modo che sulle strade
si affacciano spesso tralci fioriti, e piante rampicanti, s'innalzano
fin sulle piccole terrazze, dando una nota gaia al colore bruno
delle case. Gli abitanti, oltre ad occuparsi dei lavori di campagna,
fabbricano doghe di castagno per botti, distillano dell'ottima
acquavite, e le donne lavorano al telaio. Il paese è al
riparo dai venti di maestro e di tramontana, gode di aria salubre,
ristoratrice
specialmente nei mesi caldi della villeggiatura. Fra i dintorni
più ameni primeggia la località di San Leonardo,
ricca di ombre e di acque freschissime; a ridosso della montagna,
sul limitare
di un bosco folto di querce verdissime. Lasciando San Leonardo,
la strada che da Santu Lussurgiu conduce a Cuglieri sale a larghe
svolte verso la grande montagna, dominando un orizzonte vastissimo
ed aperto ad oriente su tutto l'altipiano del Marghine e di Ghilarza,
dove biancheggia un infinito numero di paesi, fino ai monti del
Goceano, alla catena del Gennargentu, al Ghirghini, al monte
Arci fratello minore del Montiferru, e per grandezza il secondo
vulcano dell'Isola. Ma dopo pochi chilometri la visione panoramica
scompare ad una svolta e la strada si distende a tratti più o
meno pianeggianti in un paesaggio alpino. La visuale è chiusa
da una chiostra di alture dalle forme più strane, a guglie
o a pan di zucchero, dove la vegetazione si arresta cercando
invano
di arrampicarsi sulla cima, coronata da qualche ciuffo di eriche
e da qualche arbusto di lentischio. Si costeggiano valloni profondi
dai fianchi coperti di foreste e dal cui fondo giunge il mormorio
di invisibili torrenti che, insieme al belato delle capre ed
al tintinnio dei loro campani, rompono la pace del luogo. Avanzando
ancora ci s'inoltra nell'ombra fitta della foresta detta su Monte
e S'ozzu e da questo punto si discende, nel cuore di essa, sul
versante occidentale del Montiferru, fino alla famosa sorgente
dello stesso nome. Poi, seguendo la strada che corre lungo il
costone ripido della montagna, ci appare di colpo, in tutta la
sua magnificenza, una delle più belle vedute che la Sardegna
possa offrire col suo cielo, col suo mare, coi suoi monti, sul
versante occidentale del Montiferru fino alla visione di una
fuga di monti strani dalle cime più bizzarre; e davanti
a questo, un caotico digradare di colline, parte nascoste da
un folto di
oliveti, e parte sotto il manto verde delle vigne. E oltre a
queste, la infinita distesa del Mediterraneo cinge la costa con
la sua fascia intensamente azzurra. Si discende sempre in ampie
giravolte; alle querce, ora più rade, si sostituiscono
le piante da frutta e gli ulivi; le colline sembrano elevarsi;
e ad un
tratto di fronte e in cima ad un'altura che pare sbarri la strada,
si mostrano i pochi ruderi del Castello del Montiferru o Casteddu
ezzu, come lo chiamano quelli del luogo, situato in una
posizione importante perchè poteva dominare tutto il versante
occidentale della regione, e segnava il confine tra il Giudicato
di Arborea e quello di Torres.
Continua... |