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La struttura del Carro agricolo lussurgese |
Fin dall'antichità,
il trasporto delle merci e delle persone avveniva per per via terra
sul dorso
di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno rudimentali.
Il carro, come ogni altro strumento di lavoro, è strettamente
legato alla storia economica e culturale di Santu Lussurgiu. |
Nel carro lussurgese si possono individuare un sistema trainante, uno portante, uno frenante e uno contenente. |
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LA
FORZA MOTRICE era
data dalla coppia dei bovini, mentre il
giogo e il timone costituivano il sistema
trainante.SU JU era la coppia dei buoi addestrati
per i ltraino |
del carro.. L'addestramento
si realizzava con la domatura che, normalmente, aveva inizio quando
i due bovini raggiungevano il secondo anno di vita, cioè quando
diventavano giovenchi
e si concludeva al compimento del terzo anno, quando maturavano la
condizione di torelli. |
La prima fase, molto importante,
consisteva nella scelta dei capi che dovevano formare la coppia da
traino.
Veniva effettuata tenendo conto della concordanza di alcune particolari
caratteristiche fra i due animali :
conformazione corporea, statura, portamento
delle corna,
colore del manto, temperamento, potenza, in modo che fin dall'atto
dell'appaiamento ci fossero
le premesse per una buona armonia della coppia. |
I giovenchi prescelti venivani quindi
legati tra di loro per il collo con una fune e condotti attraverso
i pascoli, per qualche giorno, affinchè si abituassero a camminare
affiancati. |
La coppia veniva poi sottoposta all'aggiogamento
con un giogo in legno di bagolaro che si differenziava
da quello del carro per esere più corto e più leggero
e per avere un solo foro centrale. Attraverso questo foro si faceva
passare la fune con la quale si attirava il secondo bovino per costringerlo
a prendere posizione sotto il giogo, a fianco del compagno precedentemente
aggiogato. |
In questa fase venivano applicate
le redini, cioè funi di canapa o
di palma o di giunco che
per la guida del carro raggiungevano la lunghezza di oltre cinque metri.
Le redini venivano fissate infilandole per un capo conformato ad
anello nel corno esterno della
coppia aggiogata;
poi, dopo un avvolgimento attorno all'estremità del giogo, si
facevano passare sulla fronte, per essere poi allaciate all'orecchio
interno. Gli esrcizi di guida tendevano ad abituare le bestie a rispondere
prontamente agli ordini dell'uomo. Dopo un certo periodo di esclusivo
allenamento al giogo, durante il quale la coppia veniva condotta attraverso
le più impervie strade di campagna, si passava all'addestramento
al traino. Per tale esercizio si attacava al giogo,
cioè un grosso ramo fronzuto, gradualmente
appesantito con massi, oppure una grande
pietra che veniva trascinata con
una lunga catena. |
Quando la coppia aveva raggiunto
un impegno concorde sotto il giogo, cioè aveva acquisito una
corretta andatura e una soddisfacente potenza di traino (TIRA BONA),
veniva adibita all'aratura. In tal modo si raggiungeva il duplice intento
di completare la loro capacità di traino disciplinato e di ottenere
i primi servizi utili. A questo punto i due bovini raggiungevano il
terzo anno di vita, diventano cioè NOEDDOS,
che era considerata l'età giusta per l'aggiogamento al carro. |
ferro che li
attraversava.In prossimità del suo vortice, la divaricazione
veniva costretta da un bullone per evitare la spaccatura del timone
e ulteriormente assicurata
da un piuolo a sezione rettangolare, incastrato tra le facce interne
dei due rami. Successivamente a questo, la divaricazione era attraversata
da otto piuoli cilindrici in legno di olivastro equidistanti (cm 30)
e paralleli. |
| 1) Il primo di essi reggeva SU
BALLANTZINU, cioè
un bastone forcuto o forato che, in posizione verticale, teneva il piano
del carro parallelo al terreno durante il parcheggio. |
2) In corrispondenza del baricentro del carro, a metri
3,90 da SA PUNTA 'E S'ISCALA, era sistemato SU
FUSU, cioè l'asse in ferro
che univa le
due ruote. SU FUSU raggiungeva complessivamente la
lunghezza di metri 1,80. La sua parte mediana (m 1) era a sezione rettangolare
(cm 4,50
x 5,50). Tale forma prismatica veniva interrotta da ambo i lati da
un disco in ferro saldato attorno all'asse con la funzione di delimitare,
dalla parte interna, le sedi delle due ruote; sedi ottenute con i prolungamenti
cilindrici (cm 4 di diametro) de SU FUSU. |
Questi spazi, lunghi
35 centimetri ciascuno, si concludevano all'esterno con un foro rettangolare,
praticato verticalmente
presso le due estremità dell'asse per inserirvi una zeppa in
ferro che aveva il compito di costringere
ciascuna ruota nella sua sede. La parte mediana de SU FUSU, che cincideva
esattamente con l'ampiezza della divaricazione de S'ISCALA
(spessore dei due lati compreso), era strettamente incorporata
per tutta la sua lunghezza in un tronco squadrato di legno d'elce (SA
MESASCHIA) - m 1 x cm 14 -. SA MESASCHIA si
trovava saldamente ancorata, da entrambi i lati, immediatamente sotto
i bordi inferiori della divaricazione ed
in posizione perpendicolare ad essi, mediante due staffe in ferro
che trapassavano dal basso verso l'alto lo spessore dei due supporti
in legno (SOS PROCHEDDOS) a cui venivano
fissate con controdadi. SOS PROCHEDDOS, a loro volta, erano ancorati
con bulloni, internamente ai
due lati della divaricazione. Sul profilo esterno di quest'ultima si
affacciavano quindi le due estremità de SA MESASCHIA e da qui
sporgevano le due parti cilindriche de SU FUSU destinate ad accogliere
le ruote. |
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3) Venivano usate due
tipi di ruote: RODA PRENA e RODA A RAJOS, ruota piena e ruota a raggi.
La ruota piena, dal diametro di metri 1, constava di tre grosse tavole
in legno d'olmo, di cui una collocata in posizione centrale con i due
lati minori incurvati per per costituire le prime due porzioni della
circonferenza. Questa era completata dagli archi delle altre due tavole
accostate ai lati opposti della prima. Per ottenere una salda connessione
delle tre parti della ruota, si interveniva sia sulla sua faccia esterna
che era piatta, sia su quella interna che era convessa. |
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Sulla parte piatta, due striscie in ferro, collocate simmetricamente
rispetto al foro centrale della ruota e inchiodate in senso perpendicolare
alle linee di congiunzione delle tavole, le legavano saldamente fra di
loro. Sulla parte convessa, il rafforzamento, il rafforzamento avveniva
per mezzo di due assicelle in legno, perpendicolari alle linee di connesione,
incorporate nello spessore delle tavole e ulteriormente bloccate con
incastri i cui denti, ricavati dallo spessore stesso, penetravano dall'interno
negli appositi quattro fori dislocati lungo ciscuna assicella. Queste
ultime assumevano una posizione simmetrica e tangenziale rispetto al
loro centrale. |
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Il mozzo era costituito
da un manicotto in ferro (lunghezza cm 25, diametro cm 0,50), fornito
esternamente di due alette longitudinali
opposte che si incastravano nel cilindro in legno (MORTAIU) di
cui era rivestito. SU MORTAIU, nel tratto in cui attraversava
il foro della ruota assumeva un ingrossamento esagonale per costituire
un solido
incastro,
ulteriormente rinforzato da due segmenti di ferro piatto, inchiodati
simmetricamente sulla superficie esterna della euota ed inseriti per
una estremità nello spessore esagonale sporgente dal foro. Le superfici
cilindriche de SU MORTAIU erano a loro volta, rinforzate da due cerchi
in ferro, uno per lato. |
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La ruota, nella sua superficie di attrito col terreno, veniva corazzata
da due semicirconferenze di ferro, leggermente convesse dalla parte esterna
e della larghezza di sei centimetri, fissate con chiodi allo spessore
del legno (SA TEZA). Sa Teza costituiva inoltre un ulteriore rafforzamento
dei tre settori di cui la ruota si componeva. |
| in ferro (SA TEZA). La sistemazione
de Sa Teza rappresenteva il momento più delicato della costruzione
della ruota. Sa Teza veniva
arroventata perchè raggiungesse il massimo della dilatazione
e quindi collocata nella sua sede dove, con un processo di raffreddamento
repentino,
riacquistava il diametro normale premendo saldamente sui settori del
cerchione. Sa Teza si costringeva ulteriormente al cerchione con sei
bulloni che, partendo dalla faccia interna di essa, attraversavano
tutta la larghezza di ciascun settore. La struttura della ruota comprendeva,
inoltre, n.12 raggi in legno di olivastro della lunghezza
di cm 30 a sezione pentagonale, che, incastrandosi nello spessore del
cerchione a distanza di 20 centimetri l'uno dall'altro ed in ragione
di due per ogni OLIVETTA, convergevano inserendosi sulla struttura
centrale
della ruota, in legno d'elce che prendeva il nome di MORTAIU. Su Mortaiu,
lungo complessivamente 32, assumeva una particolare conformazione cilindrica,
la cui circonferenza, che nella parte mediana misurava cm 72, sufficente
cioè ad accogliere la convergenza dei 12 raggi, andava gradualmente
riducendosi verso le due estremità sino a cm 52. |
Le due estremità, lunghe cm 7 ciascuna,
avevano il bordo rinforzato da un cerchio in ferro. Lungo il foro longitudinale
de Su Mortaiu veniva
inserito il mozzo che era costituito da un manicotto
in ghisa leggermente rastremato verso l'esterno della ruota (diametri
da cm 6 a cm 5), secondo la conformazione affusolata delle estremità
dell'asse che lo attraversava. Il mozzo si ancorava al legno per
mezzo delle sue due alette situate in prossimità dell'imboccatura più
larga. Le ruote, una volta collocate nella loro sede, venivano bloccate,
come già accennato, per mezzo de SA GRAVETTA,
la quale era solitamente era fornita di un'anella che ne impediva l'uscita.
L'attrito tra SA GRAVETTA
e SU MORTAIU si eliminava inserendo un disco in ferro . |
Grande cura veniva dedicata a garantire
la frequente lubrificazione del mozzo. Questa operazione si effettuava
disinserendo
parzialmente
la ruota per poter introdurre nella imboccatura interna de Su Bussulu
alcune sottili fette di lardo che, nell'attrito con l'asse, ne assicuravano
l'ingranaggio uniforme. Per lo spostamento della ruota il carro veniva
leggermente sollevato di fianco facendo perno su un robusto trepiede
di legno collocato sotto SA MESASCHIA.
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A Santu Lussurgiu non si costruivano le ruote del carro: la ruota piena
proveniva da Borore ed Abbasanta e quella a raggi da Cuglieri e da Guspini. |
Circa l'uso dei due tipi di ruote, si può affermare
che, di norma, la ruota piena era adottata nei carri agricoli adibiti
dai proprietari
di terreni e di bestiame per i servizi di trasporto interni alle loro
aziende, le quali, solitamente, erano sprovviste di strade carrabili.
Dovendo, quindi, il carro inoltrarsi lungo piste fangose e sconnesse,
la ruota piena si dimostrava più idonea per la sua compatezza. |
La ruota a raggi era solitamente preferita dai
CARRADORES DI PROFESSIONE che dovevano affrontare lunghi viaggi per
il trasporto delle merci per
conto terzi. Infatti tale ruota era più leggera e più grande
di quella piena e quindi più idonea su strade carrabili. |
che attraversava inferiormente la divaricazione
del carro e che era collegata, per mezzo di un tacchetto di legno (SA
RANA), a una seconda
asse immediatamente retrostante. Questa era imperniata per una estremità
sul lato sinistro del telaio, mentre l'altra estremità poteva scorrere
all'interno di una staffa in ferro per mezzo di una spinta che, attraverso
SA RANA, si trasmetteva in bordo uniforme all'asse anteriore e, quindi,
ai due tacchi frenanti. Il tutto costituiva una leva di 2° grado, in
cui la potenza era la spinta, la resistenza era SA RANA, il fulcro era
il perno |
La necessaria spinta si esercitava con SA
MARTINICA, bastone di olivastro
lungo cm 65 e fornito, presso l'estremità inferiore, di un gancio
in ferro che si inseriva tra le maglie di una corta catena ancorata
al telaio in prossimità della ruota destra, per metterla in
tensione contro l'asse posteriore. Tale meccanismo costituiva, quindi,
una leva di 1° grado, la cui resistenza era data dall'asse posteriore,
il fulcro dalla catena e la potenza da SA MARTINICA. |
SISTEMA CONTENENTE: Tale
struttura comprendeva il pavimento e le due sponde del carro. |
1) Il
pavimento aveva inizio a metri 2,30 da SA PUNTA
'E S'ISCALA ed era costituito da n.11 tavole rettangolari (SAS
SEDDAS) in legno di olmo o di ontano, spesse sette
centimetri, che coprivano la divaricazione poggiando, con un leggero
incastro per impedirne lo
slittamento, sui due lati di essa fino all'estremità posteriore
del carro (SA COATZA 'E SU CARRU). In tal modo il
pavimento raggiungeva una superficie utile di due metri quadrati. Quattro
SEDDAS, fornite
ciascuna di due fori quadrati (ISTAMPAS) praticati in prossimità dei
loro margini esterni, erano destinate ad accogliere le assi verticali
delle sponde. Un bordo in legno, applicato con bulloni
sull'orlo esterno di ciascun foro, ne aumentava lo spessore per offrire
maggiore ancoraggio alle sponde stesse. Due di tali SEDDAS costituivano
la parte iniziale e terminale del pavimento, mentre le altre due erano
dislocate in posizione intermedia ai limiti della zona laterale impegnata
dalle due ruote. |
2) Ciascuna
delle due sponde del carro (ZERDAS o COSTANAS) era costituita da quattro
assi verticali
in legno di castagno, alte in media metri 1,10 ed a sezione quadrata
(cm 8 di lato). Esse venivano distanziate in modo che le loro estremità
inferiori potessero penetrare nei corrispondenti fori dislocati come
detto sopra, e sporgere sotto il pavimento per una ventina di centimetri. |
Tali assi, chiamate SAS
CANNELAS, erano collegate da quattro striscie di legno pure di castagno
(SOS ULTEDDOS), lunghe metri 3,20, che le attraversavano
di coltello passando per gli appositi fori rettangolari praticati in
ciscuna di
esse ad intervalli di cm 10. SOS ULTEDDOS venivano quindi fissati inserendo
dei chiodi in legno nelle zone di intersezione con la prima
e l'ultima CANNELA.
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Le sponde siffatte, una volta collocate sul carro, ne delimitavano
la parte contenente fino ad un'altezza di cm 85 ed assumevano una leggera
inclinazione verso l'esterno per aumentarne la capacità di contenimento.
S'ULTEDDU inferiore rasentava il pavimento del carro e veniva legato
con fune o fil di ferro al sottostante lato della divaricazione,
al fine di rafforzare la stabilità sia delle sponde che de SAS
SEDDAS.
Lungo la sponda destra si distendevano le redini fino alla CANNELA posteriore
attorno a cui si annodavano. |
3) SAS
ZERDAS o COSTANAS venivano usate per il
trasporto del fieno imballato, della legna,
dei sacchi di cereali, di pietre ecc.
Per altri tipi di prodotti agricoli - paglia,
covoni ecc. - le sponde andavano
intrecciate con bacchette di basso barbasso,
mirto,
canne o di altri arbusti flessibili per infittire
gli spazi vuoti ed aumentarne la capienza in altezza. La paglia si
trasportava
anche
adattando sul carro una canniciata che,
poggiando sul pavimento, veniva sorretta lateralmente da SAS
COSTANAS. |
Per il trasporto del letame, la
parte contenente era integrata da SU ZERDATZU, costituito
da bastoncini di TIRIVODDA tessuti con fil
di ferro sottile o con cordicelle di
canapa. |
Per il trasporto dell'uva durante
la vendemmia, si collocava
sul carro, privo di sponde, un tino della
capacità di dieci ettolitri. Esso veniva fissato al pavimento
mediante SAS
TROTZAS,
cioè doppie funi che, dopo aver collegato ai due lati de S'ISCALA
quattro ganci in legno o in ferro ancorati
al bordo superiore del tino, erano messe in tensione attorcigliandole con
bastoni robusti
e corti . |
Il sale, la pozzolana,
la ghiaia, la calce spenta ecc. si
trasportavano
con una cassa in legno di pino e
della capacità di
un metro cubo, collocata sul carro privo di sponde e di pavimento.
L'ancoraggio
avveniva con tre traverse che, inchiodate al fondo della cassa nel senso
della sua larghezza, si legavano per le estremità ai lati della
divaricazione. |
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SA TRACCA era il
carro da festa. La sua peculiarità consisteva nella copertura
a botte ottenuta con degli archi da bacchetta in castagno che
poggiando sulle due sponde, sostenevano dei teli, solitamente lenzuola,
copriletti e coperte,
che chiudevano anche le parti laterali, anteriore e posteriore, fino
al pavimento. Sa tracca veniva poi adornata con fiori e
ramoscelli di alloro e rallegrata da campanacci (SONAZAS) appesi
al collo dei buoi. |
Tratto da "Il carro
agricolo lussurgese" |
Autori:Istituto Superiore Regionale
Etnografico
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