Il carro agricolo
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Il grosso paese appare all'improvviso, adagiato in una profonda conca al riparo dei venti a 500 m. d'altitudine. Fa parte del Montiferru e si sviluppa all'interno di un cratere di origine vulcanica, le cui case presentano la tipica struttura a torre e le strade, ripide e tortuose, s'incrociano nel centro storico conservando ancora l'acciottolato.
Santu Lussurgiu si trova nella parte centro-occidentale della Sardegna ( Prov. di Oristano ) e nel versante nord-occidentale della catena del Montiferru, una delle zone più suggestive della Sardegna, raggiungibile dalla S.S.131 Carlo Felice, attraverso gli svincoli di Macomer, Abbasanta, Paulilatino e Tramatza.
Il sito è online dal 01/12/2003 
 
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Il carro agricolo lussurgese (5 di 7)

Su itinerari relativamente lunghi, il viaggio si protraeva per più giorni, ed allora erano d’obbligo le soste notturne, durante le quali i Carradore, sempre esposto a tutte le intemperie, cercava rifugio sotto il carro, mentre i buoi, che avevano già consumato la loro razione di biada in apposite mangiatoie, venivano lasciati liberi nei dintorni.
I percorsi erano solitamente difficili, specialmente nelle stagioni piovose, per la mancanza di una adeguata rete viaria nelle zone di collina e di montagna, Ciò impegnava al massimo le risorse professionali del conduttore, costringeva il veicolo ad una andatura più lenta del normale, soprattutto se il carro era a pieno carico, ed era causa di disagi, di contrattempi, di guasti meccanici, di incidenti anche mortali per i buoi e per l’uomo.
Gli incidenti che occorrevano all’uomo erano solitamente causati da errori di guida e dall’imprudenza negli interventi che si rendevano necessari per rimettere il veicolo in carreggiata, quando, finendo ai margini della strada, assumeva posizioni instabili e accennava a rovesciarsi.
Un’altra possibilità di incidenti derivava da improvvisi sbilanciamenti del carico, sia col veicolo in movimento, sia da fermo.
I guasti meccanici erano, evidentemente, più frequenti quando il veicolo doveva affrontare, a pieno carico, percorsi particolarmente difficili. Sobbalzi, slittamenti, fossi, prominenze rocciose, infangamenti ed insabbiamenti mettevano a dura prova la semplice struttura del carro: potevano spezzarsi più facilmente il giogo, il timone e S’ISCALA.
Quando i rimedi di emergenza si rivelavano inutili, occorreva provvedere alla sostituzione della parte inefficiente o di tutto il carro e, di conseguenza, si rendeva necessario alleggerire o scaricare il veicolo temporaneamente o definitivamente.
Altre noie potevano venire dal comportamento della coppia di buoi. In condizioni di traino molto difficili, per esempio lungo strade oscure, arrestandosi d’improvviso, essi si rifiutavano, di procedere e a nulla valevano le frusta o il pungolo con cui l’uomo li incitava: era necessario o alleggerire il carico o aiutare i due bovini con l’ulteriore aggiogamento di una seconda coppia, o incoraggiarli facendoli procedere a breve distanza da una seconda coppia di buoi, o terrorizzarli con l’aizzamento di cani che si avventavano rabbiosamente contro le loro narici.
L’incolumità dei buoi era oggetto di continua preoccupazione per il Carradore. Le cadute, gli urti, gli strappi violenti potevano compromettere la stabilità delle corna e causare lacerazioni alle cervici della coppia sotto gli archi del giogo.
Abbastanza frequente era il contrattempo della perdita dei ferri che proteggevano gli zoccoli.
L’inabilità temporanea o permanente di una delle due bestie provocava lo spaiamento della coppia. La ricomposizione della coppia si rendeva problematica per la difficoltà di reperire un altro bue adatto.
Provvisoriamente si ricostituiva con un bue spaiato: esso risultava meno efficiente per l’ovvia discordanza di comportamento delle due bestie.
Una soverchiante potenza di tiro di un elemento della coppia metteva in difficoltà il compagno più debole e causava un traino fortemente sbilanciato.
A tale inconveniente si poneva riparo frenando il bue esuberante con l’intervento su una metà del giogo di cui esistevano due varianti:
1) L’allineamento del giogo si otteneva trattenendone la parte prevalente con una fune legata al telaio del carro;
2) Lo stesso risultato veniva ottenuto spostando l’attacco del giogo verso il bue più forte tramite l’impiego di un terzo foro.
Quando invece si era costretti a sostituire definitivamente entrambi i buoi con una nuova coppia di corporatura maggiore e minore, occorreva ampliare o ridurre lo spazio di alloggiamento delle due bestie a fianco al carro.
Ciò si otteneva asportando il vecchio timone e sostituendolo con un altro più lungo o più corto tramite un innesto sul vertice della divaricazione, rafforzato con bulloni e cerchi in ferro.

L’ultimo ventennio dell’ottocento, gli allevatori lussurgesi sperimentarono con successo e poi lo adottarono definitivamente, l’incrocio della razza bovina autoctona del Montiferru con quella modicana (da Modica in Sicilia).
Il bovino sardo-modicano, dal tipico manto rosso, unisce alla sobrietà della razza sarda, la resistenza contro le malattie e contro i disagi dell’allevamento brado (freddo, fame e sete) e la forza come bestiame da lavoro (trasporto e aratura) tipiche della razza modicana, dalla possente impalcatura ossea e muscolare.
Prima dell’avvento della razza sardo-modicana, la totalità dei bovini di Santu Lussurgiu apparteneva a razze indigene, dai manti più vari e variegati ed era di statura medio-piccola.. ............................................................(SEGUE >> ) ( <<INDIETRO )

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