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Guelfo della Gherardesca andò a morire a San Leonardo
 

 

Alla regione del Montiferru si riallaccia, insieme a tante vicende geologiche ed umane, la storia del più tragico personaggio esternato dalla fantasia e dall’arte di Dante.. Il fosco dramma medievale del conte Ugolino della Gherardesca ha infatti il suo epilogo romanzesco in Sardegna. Ce lo racconta una tradizione che sta in bilico tra la storia e la leggenda, ma che pure non contraddice, con la sua crudezza, all’amarissimo gusto della narrazione dantesca. Guelfo, figlio superstite di Ugolino della Gherardesca, venne dunque nell’isola per vendicare lo sterminio della sua famiglia. E ci riuscì, almeno in parte, perché potè catturare uno dei primi responsabili della strage macilenta, quel Gianni Gubatta che, sempre secondo la leggenda, egli trascinò nel castello di Monreale per strangolarlo con le sue stesse mani. La vittoria di Guelfo fu però effimera, perché subito dopo, sconfitto a Domusnovas, dovette salvarsi con la fuga. Dal Campidano, attraversando umiliato monti e piani, corse a cavallo in cerca di scampo. E trovò finalmente rifugio, dopo il lungo affanno, sulle alte pendici del Monte Ferru. Qui tra i densi boschi di querce, il fuggiasco scorse un asilo sicuro: il convento dei Gerosolimitani e la loro chiesa di S.Leonardo. A quei religiosi egli chiese ospitalità e l’ottenne. Ma per breve tempo: perché il patimento della sconfitta, le fierissime prove sostenute e forse le ferite lo uccisero. Comunque, nella travagliata esistenza di vendicatore (così raccontano sempre le vecchie cronache) si chiuse qui pacificata. Fu il conforto della fede a placare, nell’ultima vigilia, il tormento di Guelfo, oppure la pace di queste falde ombrose che digradano dal Monte Ferru. Noi non sapremmo dire. Ma cero i torbidi pensieri dello sventurato furono disarmanti anche da tanta serenità di selve e d’acque, ed il suo cuore, esasperato dalla passione e dalla lunga ira, s’ammansi entro le navate gravi di questa bella chiesa romanica, dove l’odore dell’incenso, durante i riti, si mischiava a quello dei mirti e dei ginepri, rendendo più dolce e consolante la preghiera. Questa è la remota e patetica vicenda di Guelfo, colorata dalla tradizione con accenti leggendari, e conclusasi in questa solitaria parte dell’isola. Sembra che la rievochi, sotto una gracile falce di luna, la voce delle sette fontane, le “Siete Fuentes”, che ancora versano come ai tempi di Guelfo l’acqua delle loro bocche fresche, accanto alla chiesetta di San Leonardo; ed anche le mura rugose di trachite, le bifore gotiche, i portali, i paramenti di questo tempio del XII secolo, che quando ospitò l’ultimo figlio di Ugolino della Gherardesca era il più ricco fra quanti ne possedeva in Sardegna l’Ordine di S.Giovanni di Malta. Forse l’anima riarsa si dissestò a questa sorgente dopo la fuga disperata; forse lo scroscio delle sue acque gli alleviò l’agonia e si confuse, dopo, con le preghiere del suo mortorio. Ma quando fu spento anche il De profundis, le “Siete Fuentes” continuarono a scorrere impassibili per anni, per secoli, a sciogliersi con il loro discorso perenne dalle viscere del monte come un simbolo dell’inesausto rifiorire della natura, del suo moto che non tiene alcun conto del riso o delle lacrime degli uomini. Tutto infatti è rimasto immutato sotto questi archi di fronde per sette secoli: le querce, i grandi olmi, le sette fontane. Solo la chiesa medioevale, perché è germogliata dalla mano dell’uomo, ha ceduto in qualche tratto, si è logorata, consunta, nei suoi conci di trachite. Anche i suoi cavalieri di Malta, in un giorno lontano, hanno abbandonato questa dimora raccolta, per trasferirsi altrove. Ma i fedeli non l’hanno mai disertata. Per secoli sono venuti qui a supplicare San Leonardo, a intercedere per le loro umili pene, ed anche a chiedere all’acqua di queste fonti salutari un rimedio per i loro mali fisici. L’altro versante del monte è rivolto al mare di occidente. Questo mare lo scopriamo lucido e teso fino ad un orizzonte lontanissimo, dopo aver raggiunto il valico più alto, a mille metri. Poi per una strada serpeggiante e rinfrescata da una densa foresta, dopo aver attraversato Cuglieri, mite paese tra gli ulivi, si riprende contatto con la costa marittima di S.Caterina di Pittinnuri, dove in secoli lontani esisteva la florida città di Cornus. Il paesaggio è qui un elemento di forza ed offre uno spettacolo scandito dal colore mutevole delle ore e dunque così vario che si può stare ad ammirarlo un’intera giornata senza stanchezza. Due temi s’inseguono, contrastano o si mischiano in profondi amplessi su questa riviera d’occidente; il mare ed il calcare. Il mare premendo da millenni sulla costa, talvolta con ruvida violenza, altre volte con affabilità sorniona e sfibrante, ha eroso la roccia, ha logorato le sue radici, vi ha disegnato, con fertile fantasia, cale segrete, cunicoli, come gli antemurali d’una fortezza spagnola. Ha perforato in qualche tratto anche il calcare da parte in parte, aprendo così a S’Archittu una fornice, sotto il quale una barca può scivolare a vele distese come sotto un arco di trionfo.

 

 

 

 

 

 

La Chiesa romanica di San Leonardo, nella località omonima, ricca di ombre e di acque freschissime, si trova quasi a ridosso della montagna, sul limitare del bosco, fronteggiata da alberi colossali e circondata dalle casette dei novenanti. Sopravvivono anche pochi ruderi dell'antico monastero, già dipendente dall'ordine di San Giovanni di Gerusalemme. E' tutta costruita in trachite rossa, cui il tempo ha dato una delicata sfumatura leggermente dorata, Il fianco a tramontana ci offre modo di apprezzare la squisita architettura della più ricca chiesa che l'ordine gerosolimitano aveva nell'isola.

 

 

"Siete Fuentes"

Le sorgenti di San Leonardo

 
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