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Quattro Liriche
 
di Giovanni Corona

 

Fratello cantore

Fratello cantore,
le tue parole piane
seguono il viaggio della luna.
E il contadino apprende
il canto e lo fa lieto
come quello della pazza cicala
quando la spiga pesante
gli promette il grano per l’annata.
E lo ripensa il pastore
per ruminarlo poi
come il suo gregge stanco
ciuffo d’erba alle prode
tra contorti stradoni
quando fa spola
tra pianura e monte.
E colma è la tua bocca di sussurri
e i tuoi fratelli hanno colto
nel cristallo dei cuori ogni parola.
E nel canto è un odore di fieno
Come pane e come sangue
Come il vino come la carne
Come il pianto come la morte
Come la vita inaridita e verde.
(Di noi dolenti figli di Sardegna).


Mio paese

Mio paese,
in te s’annida la furia del vulcano
e gli alberi hai contorti
come il corpo degli uomini.
Lava la tua roccia la pioggia
quando un fulmine reca la tempesta
e il voltsi sgrassa
e appare il teschio, nido di avvoltoi.

 

 

 

 

Ho sentito la voce del vento

Ho sentito la voce del vento
nelle strade del mio paese.
Ogni cane s’è ritirato
dalle strade del mio paese.
E’ rimasta la voce del vento
Come un cane senza padrone
Nelle strade del mio paese.
Nelle strade del mio paese
Scroscia l’acqua come torrente.
La pioggia e il vento vivono solo
Nelle strade del mio paese.


Il mio paese è un cimiter
l mio paese
è un cimitero.
Ho lasciato dei vivi.
Ora nei miei declivi
Son rimasti dei morti.
Morire
Era nel tempo lontano
Un maleficio ignoto:
era favola il vivere
ma più lo star fermi
per i miei piedi
da corsa.
Ora nel mio paese non conosco nessuno:
i soli vivi sono al cimitero.
E se dovessi tornare
Mi sarebbe un piacere
Essere fermo come il cipresso
E affondare le radici
Nel corpo dei padri,
che hanno resa fertile la terra
della mia infanzia.
 
webmaster: francesca@schibot.org
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