Conoscerli per capirli |
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I cavalli, come qualsiasi altro animale, hanno
un'intelligenza che è il
risultato del loro adattamento all'ambiente, e quindi hanno esattamente
l'intelligenza e le nozioni (dettate dall'istinto e da una certa memoria
genetica) che servono loro per sopravvivere. |
| Capire questo fatto basilare ci serve per dare dei confini a quelle che possono essere le nostre aspettative di base nei loro riguardi, e a prevedere il loro modo di reagire alle nostre azioni. Se avremo poi la fortuna di possedere lo stesso cavallo per molto tempo, ci accorgeremo che un intervento cosciente per interpretare i loro segnali diventa sempre meno necessario... finché non lo sarà più del tutto. Avremo imparato a pensare come un cavallo. E' necessario infatti partire da un principio fondamentale: se è vero che fra l'uomo e il cavallo è l'uomo il soggetto intelligente, spetterà a lui l'onere di scendere al livello del cavallo e non viceversa. Così come nel rapporto con un bambino, ci mettiamo ad imitare il suo modo di parlare, in modo da essergli più vicini e consentirgli di comunicare meglio con noi.. |
Il cavallo è un erbivoro.
Da questo fatto discende per necessaria conseguenza che il cavallo è un
animale "da fuga". Le sue difese naturali sono
scarse, non possedendo nè corna nè artigli nè zanne. Molti di noi sanno
che un morso di un cavallo può essere anche molto pericoloso, e un calcio
può anche uccidere, ma i predatori
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| naturali del cavallo attaccano in branchi
o sono molto grossi, per cui la vera difesa del
cavallo risiede in due cose: la fuga e il branco. Ne consegue che il cavallo che reagisce scappando o calciando se spaventato non è matto: sta solo agendo secondo le "istruzioni" che l'evoluzione naturale ha inserito nel suo cervello per proteggere la sua sopravvivenza e quella della sua specie.
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Questa ultima considerazione
ci mette di fronte a un problema di non poco conto: capire cosa il cavallo
si aspetta da un suo simile e quindi cosa dobbiamo fare e quando.
Un capobranco è un capo indiscusso... per un certo tempo. Infatti la
sua posizione di preminenza è legata alla sua forma fisica.
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Nessuno stallone
dominante resta capobranco per sempre. Ciclicamente i maschi più giovani
cercheranno di scalzare la sua supremazia sfidandolo a duelli anche
cruenti, e se battuti si ritireranno
in buon ordine e aspetteranno un'altra occasione. Perdere anche una volta sola è poco raccomandabile. Se il nostro stallone capisce che in certe circostanze o compiendo certe azioni può avere buon gioco su di noi, proverà sicuramente a ripetere l'esperimento. Inoltre, siccome ha una memoria di ferro e poiché le sue poche convinzioni sono peraltro molto radicate, le volte successive in cui si troverà ad un diverbio con noi lotterà ancora più forte - e non c'è dubbio che avremo dei guai. Essere il proprietario di uno stallone comporta una notevole decisione e sicurezza in noi stessi, la volontà di accettare dei rischi e il saper reagire, in certe circostanze, con i tempi richiesti dal nostro ruolo - a volte una frazione di secondo. Va da sé che non tutti gli stalloni sono uguali, e che potremo anche tra di loro trovare il soggetto più sensibile che ha bisogno di interventi più misurati: nulla può a questo riguardo fare da sostituto all'esperienza. Se il nostro cavallo è una femmina, il suo comportamento sarà in generale meno aggressivo, perché le fattrici non cercano il predominio sullo stallone capobranco. Però i cicli estrali (calori), riversando loro nel sangue delle scariche di ormoni, tenderanno a rendere instabile il loro comportamento verso di noi e verso il lavoro. Tale instabilità è estremamente variabile da soggetto a soggetto ed è alla radice di comportamenti che dimostrano nervosismo, fastidio al lavoro, irritabilità o anche apparente apatia.
Il loro comportamento è più assimilabile comunque a quello di
una femmina (lontana dal calore) che a quello di uno stallone. |
Va notato
che in natura qualunque diverbio teso a stabilire una gerarchia tra equini
di ambo i sessi, ha come fondamento comune il
fatto che tutto quello che ci si aspetta dal soggetto perdente è che
questo si arrenda e fugga: ciò comporta che non avremo mai un cavallo
che insegue ad oltranza un fuggitivo e lo attacca fino alla morte.
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Infatti quando ci capita di dover punire un cavallo per qualsiasi motivo corriamo il rischio di non saper misurare le nostre reazioni: ad esempio ci sono persone che, pizzicate o morsicate, reagiscono semplicemente gridando, altre scappano, altre afferrano un bastone e colpiscono l'animale con furia, e non fino a quando serve ma fino a quando è sbollita loro la rabbia, altre addirittura scappano e ritornano magari dopo qualche minuto in compagnia di un altro uomo e puniscono l'animale con violenza. In tutti questi casi si commettono degli errori. I primi due esempi vengono interpretati dal cavallo come casi in cui l'uomo è perdente (fugge), per cui è il cavallo in realtà ad essere il capo; negli altri due casi, quando la punizione travalica nella violenza o quando l'uomo ritorna dopo l'evento (il morso) e punisce a distanza di tempo e nella vendetta il cavallo smette di riconoscere nell'uomo una creatura con cui può convivere (l'uomo è un predatore), e impara a diffidarne in modo permanente, divenendo a sua volta un pericolo permanente. Va tenuto presente che i tempi di reazione con i quali dobbiamo intervenire sono dell'ordine dei secondi, non dei minuti. Se ad esempio chiudiamo la
porta del box e torniamo anche dopo mezzo minuto a punire il cavallo,
lui non lo
interpreterà come risposta alle sue "malefatte", ma come aggressione
a se stante. Così infatti si comportano i cavalli in natura: nessuna risposta
viene dilazionata nel tempo. Avremo in questo caso un cavallo spaventato, insicuro, e talvolta anche infido, capace di azioni che noi potremmo interpretare erroneamente come vendette a distanza di tempo. In realtà questi comportamenti sono dettati solamente dalla sua paura nei nostri confronti, e traggono immancabilmente origine da nostre azioni incompatibili con la sua psicologia. |
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In tutti i casi il nostro comportamento dovrà essere del tipo "pugno di ferro nel guanto di velluto". La misura con cui applicare maniere forti e maniere dolci dipenderà fortemente dal soggetto con cui abbiamo a che fare, e avremo bisogno di molta sensibilità (nostra) e di molta esperienza (eventualmente altri).
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